Alcune precisazioni sull’Abbazia di San Vincenzo al Volturno

di Federico Marazzi

Recentemente la bacheca di questo gruppo viene inondata di post diluviali riguardanti il sito di San Vincenzo al Volturno, scritti da un signore che deve avere veramente molto tempo libero a sua disposizione, e che usa i dati archeologici come fossero fiorellini colti da mazzolini diversi e messi insieme solo perché gradevolmente accoppiabili per colore e aroma.

Dopo un prolungato e paziente silenzio, mi trovo costretto a replicare affinché le ipotesi avanzate da quel signore non finiscano per oscurare i frutti della effettiva ricerca scientifica.

1. Il recupero dei marmi antichi per riutilizzarli nei pavimenti di nuovi edifici avviene in Italia durante tutto l’alto medioevo

1. Quel che era venuto meno era la capacità di ri-lavorare il marmo a livelli pari a quelli dell’età antica e tardoantica. I tasselli di marmo antichi di varie forme si recuperavano e, in genere, venivano reimpiegati così com’erano, cercando di utilizzarli nel modo più omogeneo possibile

1. la capacità di ri-lavorare in modo chirurgico il marmo, componendo così pavimenti di alto livello tecnico ed estetico, si ritiene attualmente che in Italia sia stata recuperata grazie all’arrivo di maestranze di Costantinopoli, che ebbero probabilmente nel cantiere di Montecassino al tempo dell’abate Desiderio una delle prime occasioni per mettersi all’opera.

1. A San Vincenzo al Volturno, e precisamente nella cappella di Santa Restituta, costruita alla fine dell’XI secolo a fianco della ormai demolenda Basilica Maior di età carolingia, operarono probabilmente o gli stessi maestri attivi a Montecassino o maestri locali che avevano imparato l’arte da questi ultimi, come hanno chiarito gli studi in merito di Federico Guidobaldi, uno dei maggiori specialisti viventi in materia.

1. La differenza qualitativa tra i pavimenti realizzati a San Vincenzo nella Basilica Maior tra IX e metà XI secolo e quelli di Santa Restituta testimonia in modo chiarissimo che in quest’ultimo caso intervennero maestranze in grado di padroneggiare tecniche assai superiori.

1. La cappella di Santa Restituta NON E’ di IX secolo, bensì fu costruita a cavallo tra la fine dell’XI e gli inizi del XII, come testimoniano sia i dati stratigrafici (tutti pubblicati dal sottoscritto e dall’équipe archeologica che ha collaborato con me), sia – appunto – le analisi stilistiche dei pavimenti e quelle delle pitture ed anche la stessa planimetria dell’edificio, che si apparenta a quella di altre costruzioni coeve della Campania e del Lazio meridionale (dati a loro volta tutti pubblicati). La sua funzione fu probabilmente quella di “memoria” dell’antico sito monastico, edificata nel momento in cui il monastero si trasferiva dall’altra parte del Volturno.

1. Il fatto che al suo interno si siano rivenuti pezzi di una grande iscrizione dedicatoria di epoca romana di provenienza apparentemente venafrana non significa che tutto il marmo impiegato nel pavimento provenisse ugualmente dalla città molisana: poteva provenire da qualunque luogo che potesse fornire materiale interessante da recuperare

1. la tradizione cosiddetta “cosmatesca” di lavorazione dei pavimenti marmorei e di composizione dei loro schemi decorativi, che si sviluppa nel Lazio durante il XII/XIII secolo, e quella dei marmorari campani dello stesso periodo sono probabilmente tutte figlie del recupero in Italia centro-meridionale delle tecniche antiche di lavorazione del marmo, sopravvissute nel Mediterraneo a Costantinopoli e nell’Oriente islamico. Per questi motivi, in nessun caso, nelle mie pubblicazioni o in quelle da me curate, i pavimenti di Santa Restituta sono mai stati definiti “cosmateschi”.

1. Questi sono i dati scientifici emersi dagli scavi. Il resto sono chiacchiere in libertà.

1. I pavimenti di Santa Restituta NON li ha scoperti Richard Hodges, ma li ho scoperti io nel 2000/2001, per il semplice fatto che gli scavi dentro l’edificio furono completati solo in quel periodo.

1. AL prof. Kajava, che fu accompagnato dal prof. Solin a visitare il sito, l’epigrafe venafrana riutilizzata in Santa Restituta fu mostrata da me in persona e non da altri.

1. Infine: i “nuovi arrivati”, cioè io, lavorano a San VIncenzo dal 1984 e dirigono lo scavo dal 1999, quando Hodges lasciò la direzione degli scavi di sua sponte, affermando pubblicamente di non condividere i programmi di valorizzazione del sito avviati dalla Soprintendenza. Fu una scelta a mio avviso assai sbagliata da parte sua, che tradiva una profonda incomprensione del fatto che, in Italia (che non è una colonia dell’Impero britannico né una nazione del Commonwealth), le strategie di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico le decide il governo italiano.

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