Alberto Manzi
di Roberto Neri
Non fa l’imprenditore, neppure il militare; Alberto Manzi è un maestro elementare. Sessantacinque anni fa riceve il prezioso nastrino di cavaliere al Merito della Repubblica italiana, perché sarà pure un semplice insegnante di bambini in una scuola di Roma, però in quel 1961 egli ha già permesso a diverse migliaia di persone illetterate di poter leggere e scrivere.
Manzi difatti ha acquisito una larghissima popolarità conducendo in tv, che all’epoca diffonde soltanto uno o due canali Rai, un programma di cui è anche uno dei curatori, “Non è mai troppo tardi”, ben descritto dal suo sottotitolo: “Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta”.
La struttura della trasmissione educativa rappresenta un “format” talmente geniale da venire ben presto replicato con analogo apprezzamento in settantadue paesi esteri. Nel 1965 il programma delle lezioni a distanza del maestro romano riceverà un premio dall’Unesco per il suo contributo al contrasto dell’analfabetismo mondiale.
A distanza certo, ma anche sul campo, in presenza. Parallelamente Manzi trascorre infatti le estati dal 1955 in poi nei villaggi tra Ecuador e Perù insegnando lo spagnolo agli abitanti delle classi più umili. Di questo prezioso volontariato i telespettatori italiani sanno poco.
E’ un lavoro al limite, difficile, in paesi dove l’apprendimento di base è visto con sospetto dai governi autoritari dell’epoca; chi detiene il potere preferisce che indigeni e contadini restino incolti e muti. Manzi conosce così persone che ignorano i propri diritti perché non sanno leggere, che subiscono violenza e che vengono sfruttate.
In possesso di notevoli doti di scrittore grazie alle quali in Italia ha già pubblicato vari romanzi destinati all’infanzia e all’adolescenza, tra cui “Orzowei”, l’insegnante romano darà alle stampe diversi racconti tratti da ciò che vedeva durante quelle estati trascorse da missionario laico. Titoli come “E venne il sabato” o “La luna nelle baracche” narrano anche di minatori schiavi, bambini frustati in piazza e braccianti giustiziati dal padrone.
L’esperienza di pedagogista volontario in Sudamerica terminerà nel 1977; dieci anni dopo, conclusa la professione di maestro e programmatore televisivo in Italia, tornerà oltreoceano. Raùl Alfonsìn, primo presidente della democratica Argentina dopo anni di dittatura militare, lo chiamerà per lavorare al grande piano di alfabetizzazione del paese. Anche questo progetto riceverà un premio internazionale.
“Ogni altro sono io” resterà sempre il principio, l’essenza, il motto del lavoro di Alberto Manzi, che nel 1997 morirà 73enne a Pitigliano (Grosseto), cittadina della quale sarà sindaco negli ultimi anni della sua vita.
(scritto di Roberto Neri; per la fonte della foto, e parzialmente del testo, v. articolo di E. Cremaschi “Alberto Manzi, il ritratto di un rivoluzionario per voce di figlia” pubblicato il 20 febbraio 2014 nel blog “Gavroche” della stessa; la copertina del libro di cui parla la dottoressa Cremaschi, scritto da Giulia, figlia di Alberto Manzi, appare nel primo commento. Altra fonte principale del testo è l’articolo di A. Mulas “Le lezioni sovversive e il cuore sudamericano militante di Alberto Manzi, il maestro d’Italia” pubblicato il 3 novembre 2024 nel numero 160 di “Patria Indipendente”)
