ADELPHI: storia di una casa editrice

di Marzio Zanantoni

NOVITA’ IN LIBRERIA. Il principale merito del nuovo libro di Anna Ferrando (Anna Ferrando, «Adelphi. Le origini di una casa editrice (1938-1994)», Carocci, pp. 447, euro 39,00), che già negli anni scorsi aveva pubblicato un interessante volume sugli agenti letterari durante il fascismo, a me pare sia quello di essere riuscita dove molte narrazioni relative a Case editrici hanno fallito: fornire al lettore una così minuziosa storia dall’interno dell’azienda l’Adelphi in questo caso, che si ha l’impressione di sentire la voci di dirigenti e redattori, di vederne le movenze, le espressioni, i comportamenti abituali. Questo è stato possibile grazie ad un uso sapiente e mastodontico di carte d’archivio, lettere e testimonianze orali, in un intreccio, a volte anche un poco ripetitivo, che mette insieme progetti editoriali e ricerca continua di finanziamenti, litigi pubblici e privati, contratti anche minuziosamente descritti, tirature e dati di vendita. Una storia straordinaria che inizia, alla fine degli anni Trenta, dai tre «fratelli», gli adelphoi: Luciano Foà, che lavorava nell’agenzia letteraria del padre; Alberto Zevi, l’imprenditore che fornì i primi capitali per la Casa editrice e Roberto Bazlen, il mitico intellettuale triestino, suggeritore di titoli e autori. La loro amicizia si consolidò a Ginevra, il rifugio dei tre ebrei dopo l’emanazione delle leggi razziali.

Ma il lettore va anche in cerca di una risposta circa una questione essenziale (se non «la» questione) che riguarda la Casa milanese di Foà e Calasso: quale è stata la linea editoriale della Adelphi dalle origini alla fine del xx secolo? O detto più diversamente quale ideologia, quale visione del mondo hanno esposto ed espresso i libri Adelphi? È una questione che la Ferrando non affronta di petto, anche a ragione, ma diluisce, sino quasi a fare scomparire il tema, nei diversi capitoli del suo volume. Decenni fa – lo ricordava Roberto Calasso nel suo libro L’impronta dell’editore – un foglio vicino alle Brigate Rosse definiva la Casa editrice milanese «struttura portante della controrivoluzione sovrastrutturale» e negli anni Settanta e Ottanta soprattutto, era senso comune definire l’Adelphi una casa editrice di «destra». Erano gli anni in cui le biblioteche personali erano per lo più composte di volumi provenienti dai cataloghi dell’Einaudi, della Feltrinelli, degli Editori Riuniti, della Samonà e Savelli. Poi, qua e là, spuntavano tra gli scaffali i libri adelphiani della leggendaria edizione delle opere di Friedrich Nietzsche e poi Guido Morselli, Oliver Sacks, Milan Kundera, Isaiah Berlin e molti altri. Quel «guazzabuglio» di libri progettato da Bazlen divenne negli anni un immenso catalogo della cultura mondiale:, grazie anche all’arrivo di Calasso, l’Adelphi costruì nei lettori un immaginario mitico che spaziava da Oriente a Occidente nel quale, libro dopo libro, si capì, col tempo, che certo vi era un programma, una linea editoriale e ideologica che orami sarebbe riduttivo definire di «destra», ma che, altrettanto certamente, non rispondeva all’immagine e alla sostanza di una visione progressista della storia, una immagine che altri Cataloghi proponevano e sostanziavano nei loro titoli. La Ferrando riporta alcune testimonianze in questo senso. Ad esempi una lettera di Bazlen a Foà del 1962, nella quale l’intellettuale triestino individua esplicitamente negli antifascisti il «pericolo», oppure un’intervista a Calasso del ’75 in cui si esplicita la consapevolezza, negli «uomini dell’Adelphi», del problema del rapporto tra politica e cultura, come a dire che i libri che si scelgono e si pubblicano in Casa editrice non sono e non possono essere «neutri», dichiarazione che fa specie leggere accanto ad un’altra testimonianza, quella di Luciano Foà, nella quale si indica uno spirito diverso, che indica il principio del piacere, quello disinteressato e goduto della lettura, al di là di criteri di tipo etico-politico: «Qui pubblichiamo libri che più ci piacciono, solo quelli, con rischi e soddisfazioni» . D’altra parte, soprattutto nell’ultimo capitolo del libro emerge piuttosto chiaramente che, in particolare durante la lunga gestione di Roberto Calasso, il catalogo Adelphi veniva costruito intorno al bisogno di una spiritualità pura e di un confronto serrato con la «dialettica dell’illuminismo». Significativa, in questo senso, è l’osservazione pertinente della Ferrando, circa la «diffidente distanza rispetto al movimento» del Sessantotto o l’impossibile affiancamento culturale, si potrebbe dire «antropologico», di un Luciano Foà e un Giuseppe Pontiggia con testimoni del «movimento» come «Gad Lerner, Bruno Bongiovanni, Lidia Ravera o Fausto Bertinotti». Ma anche gli anni successivi indicano scelte e sensibilità «conservatrici»: basti pensare al progetto, grazie alla figlia Elena, delle Opere di Benedetto Croce, riedite dalla Adelphi a partire dal 1989, una scelta ponderata degli eredi Croce che vedevano nella Casa di Calassso, una editrice lontana dalle mode passeggere.

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