A viso aperto: trent’anni dopo

di Mario Scialoja

“A VISO APERTO”, TRENT’ANNI DOPO.

Renato Curcio è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Torino in un’inchiesta sulla sparatoria alla Cascina Spiotta, del 5 giugno 1975, dove le BR tenevano prigioniero Vittorio Vallarino Gancia e in cui morirono Margherita Cagol, moglie di Curcio, e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’ Alfonso.
La nuova indagine è stata aperta in seguito a un esposto di Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso, che accusa l’ex leader BR di “concorso in omicidio” di suo padre.
Curcio ha consegnato ai Pm una memoria scritta che inizia così: “Credo sia utile esporre con chiarezza la mia reale implicazione al riguardo, come peraltro ho già fatto nell’intervista concessa a Mario Scialoja nel 1993 e pubblicata nel libro A viso aperto…”.
E nella memoria Curcio fa frequenti riferimenti alle cose dette nel libro “di trent’anni fa”.
A questo punto mi sembra interessante riportare degli stralci del lungo capotolo “La Cascina Spiotta” contenuto nel mio libro-intervista.

Margherita Cagol è morta il 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, dove teneva progioniero l’industriale Vallarino Gancia. Nella sparatoria fu ucciso anche il carabiniere Giovanni D’Alfonso. Perché avete deciso quel sequestro ?
“Si è trattato del nostro primo sequestro a scopo di finanziamento. Fino a quel momento i soldi ce li eravamo procurati con le rapine alle banche…Ma con l’andare del tempo l’organizzazione era divewntata sempre più grossa…IL denaro delle rapine non bastava più…Nell’aprile ’75 ci riunimmo Margherita, Moretti ed io in una casa del piacentino per discutere il da farsi. Pensammo che era venuto il momento di seguire l’esempio dei guerriglieri latino-americani che già da tempo sequestravano degli industriali per finanziarsi.”
Perché avete scelto proprio Vallarino Gancia ?
“…Perché con lui potevamo nagire in una zona che conoscevamo bene, perché l’operazione non comportava troppe difficoltà, perché era molto ricco…Volevamo chiedere un riscatto di circa un miliardo, ma, soprattutto, miravamo a un sequestro rapido, semplice e meno rischioso possibile”.
Tu hai partecipato all’azione ?
“Non facevo parte del gruppo operativo perché ero super ricercato, la polizia aveva le mie foto, non mi potevo spostare con facilità…”:
Cosa era la cascina Spiotta ?
“Un nostro rifugio sgreto, molto tranquillo e ben situato, a circa un’ora di macchina da Milano, Torino e Genova…L’unica strada di accesso poteva essere controllata dalla casa lungo vari chilometri”.
Chi rimase a sorvegliare Gancia alla cascina ?
“Margherita e un altro compagno che non posso nominare perché non è stato inquisito per questa operazione. Il sequestro doveva durare al massimo quattro o cinque giorni…”.
Come mai i carabinieri sono riusciti ad arrivare alla cascina senza essere visti lungo la strada che sale alla collina ?
“Per colpa di una tragica disattenzione dovuta alla stancheza. Il compagno che stava con Margherita si è addormentato durante il suo turno di guardia…”.
Tu sai esattamente quello che è successo quella mattina alla cascina ?
“Si, ho ricostruito i fatti parlando con il brigatista che si è salvato…Il piano previsto era molto prudente, avevamo studiato le cose in modo da evitare ad ogni costo un conflitto a fuoco e per questo avevamo lasciato solo due persone col sequestrato…Dunque Margherita va a dormire, il compagno si apposta alla finestra col binocolo, ma dopo poco viene preso da un colpo di sonno. E non si accorge che ua 127 blu dei carabinieri sale su per la strada comunale…I carabinieri arrivano nell’aia, da quella parte della cascina le finestre sono chiuse, ma vedono due macchine posteggiate sotto il porticato…Cominciano a chiamare e bussare alla porta. Margherita si sveglia di botto e dalla finestra vede i carabinieri…Non ti sei accorto di nente, ci sono i carabilieri, dice al compagno allibito. Dopo un attimo di indecisione stabiliscono di affrontare i militari per tentare di raggiungere le macchine e scappare.
Ma i carabinieri non si fanno sorprendere. Quando Margherita e il compagno si buttano fuoli dalla porta con i mitra imbraccati e le bombe a mano Srcm pronte, esplode istantaneo lo scontro a fuoco…Due carabinieri colpiti gravemente rimangono a terra. L’appuntato D’Alfonso morirà pochi giorni dopo, l’altro, Umberto Rocca, perderà un occhio e un braccio, il terzi scappa per i campi.
Margherita ha una leggera ferita a un braccio, il compagno è illeso. Riescono a salire sulle auto. Lei parte per prima a tutto gas, ma si trova davanti la 127 dei carabinieri e per non sbatterci contro finisce in un fosso. Il compagno che la segue rimane bloccato anche lui. Vengono subito presi sotto tiro da un quarto carabinier che era stato lasciato di guardia all’auto.
Margherita esce dalla macchina disarmata. Il compagno ha invece la bomba a mano in tasca. Gli viene ordinato di sedersi con le mani alzate…Il carabiniere a un certo punto si allontana di qualche passo per andare alla macchina a sollecitare aiuti via radio. Il compagno si alza di scatto e lancia malamente la bombra che esplode senza fare danni. Nella confusione riesce a scappare in direzione del bosco.
Margherita no è abbastanza veloce e rimane sotto il tiro del carabiniere che preferisce controllare lei piuttossto che aprere il fuoco contro il fuggiasco…
Il compagno arrivato al riparo si ferma per capire cosa si può ancora tentare. Ma dopo qualche minuto sente un colpo, forse anche una raffca di mitra. SI affaccia sul prato e capisce che non c’è più niente da fare.
I risultati dell’autopsia parlano chiaro. Margherita era seduta con le braccia alzate. Le è stato sparato un solo colpo di pistola sul fianco sinistro, proprio sotto l’ascella. Il classico colpo per uccidere”.

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