6 luglio 1938, quando gli ebrei vennero traditi

di Alessandro Vivanti

6 Luglio 1938,
Se può esserci una data peggiore di tutte nella storia della Shoah, certamente l’inizio della Conferenza di Évian-les-Bains, all’Hotel Royal può essere annoverata tra esse.
Gli ebrei vennero traditi da ben 32 delegazioni ufficiali dei paesi aderenti alla Società delle Nazioni, riunitesi nella cittadina termale affacciata sul Lago Lemano, dove il senatore Henri Bérenger accolse gli astanti, a nome del governo francese, con queste parole: «terra d’asilo e di libera discussione […] fedele alle sue più antiche tradizioni di ospitalità universale».
La conferenza, fortemente voluta dal presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, aveva per tema: “come trovare una soluzione all’emergenza creata dalle leggi razziali in Germania”.
Il problema investiva soprattutto la comunità ebraica, che contava 600.000 persone nella Germania propriamente detta e altre 250.000 nell’Austria appena annessa da Hitler. Le discriminazioni e le persecuzioni erano già in atto. Riguardavano in primo luogo la Germania, ma non solo. Campagne antisemite erano in corso in Polonia e in Romania. A fine maggio l’Ungheria aveva adottato leggi razziali. L’Italia si apprestava a farlo. Gli ebrei non erano più al sicuro ormai in mezza Europa; e l’unica alternativa a quelle infami azioni era quella di migrare.
I nazisti non erano del tutto contrari. D’altra parte nel corso degli anni precedenti, a partire dal 1933 – l’anno del varo delle prime leggi razziali a opera di Hitler – la Germania, per estremo paradosso, fu l’unica nazione a favorire la migrazione degli ebrei. Tutte le altre nazioni – anche quelle democratiche, e soprattutto quelle democratiche – tentarono, in un modo o nell’altro, di impedirlo.
Che la Germania fosse in una fase di “cacciata degli ebrei”, lo dimostrò quasi subito: a fine settembre dopo l’occupazione dei Sudeti. Il governo tedesco ordinò l’espulsione degli ebrei dalle zone occupate. Ciò che restava della Repubblica ceca spinse i profughi verso l’Ungheria. I magiari li rimandarono in Germania. I tedeschi li rifiutarono. I profughi ebrei dopo questo tragico esodo trovarono rifugio in una sorta di campo di accoglienza, nella terra di nessuno, al confine tra Ungheria e Cecoslovacchia.
In vista della conferenza di Évian, la comunità ebraica internazionale aveva già avanzato parecchie proposte per tentare di risolvere il problema. La prima era di natura politica: la condanna esplicita da parte della comunità internazionale della Germania nazista per le politiche di discriminazione razziale. La seconda era pratica: agevolare la migrazione verso la Palestina, superando le soglie troppo esigue rispetto alla domanda imposte dal Regno Unito, che aveva un Mandato della Società delle Nazioni su quelle terre. E ancora: consentire agli ebrei di portare in Palestina tutti i propri averi. Infine, creare un’organizzazione internazionale per finanziare l’emigrazione. In definitiva, gli ebrei che abitavano nei paesi liberi chiedevano che la questione dei richiedenti rifugio venisse internazionalizzata. Doveva diventare un problema europeo e mondiale.
Anche il presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Roosevelt, era su una lunghezza d’onda analoga e si era speso per organizzare la Conferenza sul lago Lemano: “che la comunità internazionale si assuma le proprie responsabilità e accetti i migranti e gli aspiranti migranti discriminati, con una formula di ripartizione tra tutti i paesi in base alle loro dimensioni”.
Eppure la proposta di Roosevelt ebbe molte difficoltà da superare. I paesi liberi e democratici da quell’orecchio non ci sentirono. Tutti avevano paura di pochi migranti.
Certo, dopo il 1933 e l’emanazione delle prime leggi razziali da parte di Hitler, un certo numero di ebrei si era reso conto che fosse meglio lasciare la Germania: partirono in 30.000, trovando rifugio nei paesi vicini: in Svizzera, Francia, Belgio Olanda, Danimarca, Cecoslovacchia. Ma nei mesi e negli anni successivi la domanda d’espatrio aumentò e questi e altri paesi reagirono alzando barriere, attraverso cui solo quote minoritarie di migranti ebrei poterono passare.
La reazione di quasi tutti i paesi liberi fu: “solidarietà agli ebrei, purché non vengano in casa mia”.
Come dimostrò la Svizzera che rifiutò di ospitare la conferenza proposta da Roosevelt: “siamo o vogliamo essere solo un paese di transito”, dicevano gli elvetici. “Non siamo disponibili ad accogliere gli ebrei. Non vorremmo, accettando di ospitare la conferenza, che qualcuno si facesse illusioni”.
La Svizzera fu davvero inflessibile su questo. Non volle quei migranti, di fatto forzati. Dopo l’Anschluss, l’annessione alla Germania che l’Austria militarmente occupata ratificò con un referendum plebiscitario il 10 aprile, Berna inasprì anche le norme del “transito” degli ebrei, imponendo che sul passaporto di quelli in uscita dalla Germania venisse apposta ben visibile e in colore rosso, una grande J: Jude.
Quanto alla liberale Inghilterra, si presentò a Évian-les-Bains confermando che le soglie per le migrazioni degli ebrei in Palestina non potevano essere in alcun modo superate. Né accettò che essi – se non avevano un’alta qualifica professionale – potevano trovare riparo nelle isole britanniche. Non furono solo attestazioni di principio. Destò scalpore la decisione di un giudice, Herbert Metcalfe, che condannò al carcere e ai lavori forzati tre ebrei – un fotografo nato in Russia, un sarto polacco e una barista di Berlino – cosiddetti apolidi, raccomandando la loro deportazione.
Gli apolidi erano gli ebrei naturalizzati tedeschi dopo la Prima guerra mondiale. Appena salito al potere, già a fine gennaio 1933, Hitler revocò la concessione della cittadinanza germanica. Da quel momento nessuno di loro apparteneva a una nazione e aveva diritto a un passaporto. Erano appunto apolidi. Alcuni cercarono rifugio in Inghilterra. Così Herbert Metcalfe difese la sua decisione: “Stava diventando uno scandalo il modo in cui gli ebrei apolidi ci stanno inondando passando da tutti i porti di questo paese”.
Non è da meno la grande stampa internazionale, sia nel fomentare paure: “chissà cosa succederà lasciando via libera ai migranti ebrei (e rom)”, sia facendo da cassa di risonanza a chi seminava pregiudizi, luoghi comuni e odio per gli ebrei (e i rom). Tra questi giornali ci furono gli inglesi Daily Express e il Sunday Express, il canadese The Globe and Mail.
“Non possiamo accoglierli tutti”, tuonava il Daily Express. “Occorre prendere una posizione netta visto che è in atto una potente mobilitazione per accoglierli in massa senza obiezioni e selezioni. Ma una simile politica si rivelerebbe un boomerang perché aiuterebbe gli inglesi che alimentano la propaganda antisemita”.
Il giornale, non senza ipocrisia, sostenne che l’ingresso in massa (qualche centinaio o migliaio di persone) di “stranieri, quasi tutti di estrema sinistra” farebbe le fortune della destra britannica. La gente potrebbe chiedersi: “Cosa succede se anche la Polonia, l’Ungheria, la Romania espellono i loro cittadini ebrei? Dobbiamo accettare anche loro? Poiché non vogliamo tumulti antiebraici, dobbiamo dimostrare buon senso e non ammettere tutti i richiedenti asilo”.
Alcuni giornali, come gli statunitensi Harper’s Magazine e Fortune, giunsero a chiedersi “se non ci sia anche una qualche corresponsabilità degli ebrei nella situazione tedesca. Insomma, se la sono cercata”.
Le cose non andavano meglio in Francia: “Prima la Francia”.
Già nel 1932 aveva iniziato a tradire le «sue più antiche tradizioni di ospitalità universale» e a introdurre sia disposizioni che privilegiavano i lavoratori francesi sia soglie alla presenza di stranieri nelle industrie nazionali. Insomma norme protezionistiche contro gli stranieri.
La conferenza iniziata il 6 luglio procedette fino al 15. In nove giorni di confronto, gli egoismi nazionali non vennero superati, ma, se possibile, acuiti. Le grandi potenze, non solo la Gran Bretagna e la Francia, ma anche gli Stati Uniti di Roosevelt, si opposero all’idea dell’immigrazione illimitata. “Noi abbiamo giù raggiunto il punto di saturazione”, sostenne il rappresentante della Francia. “Noi non possiamo allargare le maglie degli ingressi in Palestina”, incalzò il rappresentante di Sua Maestà Britannica.
Ancora più acidi furono le medie potenze: “Per noi uno solo sarebbe di troppo”, rispose il delegato del Canada a chi gli chiedeva: “su base volontaria, quanti migranti ebrei potete accogliere?”
“Noi non abbiamo nessun vero problema razziale in Australia e non siamo disposti a importarlo e favorire una vasta immigrazione straniera”, gelò tutti il colonnello Thomas White, rappresentante dell’Australia.
Solo il Messico, la Danimarca e l’Olanda acconsentirono a dare asilo a qualche centinaio di ebrei. La verità fu che tra i 32 paesi convenuti, solo la Repubblica di San Domingo e la Bolivia accettarono una quota di immigrati soddisfacente (sulla base della grandezza e della popolazione dei due paesi). Santo Domingo ne ospitò 10.000, a cui, due anni dopo, il generale Rafael Leonidas Trujillo regalò 26.000 acri di terreno. La Bolivia, invece, entro tre anni diede rifugio a 30.000 ebrei.

In definitiva, l’unico risultato della Conferenza di Évian-les-Bains fu la creazione del Comitato Intergovernativo per i rifugiati (IGC), che nel corso di 12 mesi si riunì tre volte senza trovare alcuna soluzione. Poi lo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’1° settembre 1939, fece passare tutto in secondo piano.
Di fronte al dramma che si sarebbe trasformato nella peggiore tragedia della storia, i rappresentanti dei paesi liberi e democratici ripartirono da Évian il 15 luglio senza nessun alcun accordo, se non quello di mantenere le quote e le modalità di immigrazione già esistenti. La storia successiva è nota.

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